Covid: polveriera Campania, allarme del ministero.

L’ultimo report è di meno di sette giorni fa. Come ogni settimana, il ministero della Giustizia ha reso pubblici i dati sulla diffusione del Covid nelle carceri. Sugli attuali 52.522 detenuti, 431 risultano positivi. Di questi, 40 sono da poco entrati in carcere. Una realtà preoccupante con 389 asintomatici, 18 sintomatici curati nelle strutture sanitarie carcerarie e 24 ricoverati in ospedali esterni. Resta drammatico anche il quadro dei positivi nel personale di polizia penitenziaria: 537 su 36939 dipendenti. Gli ultimi due casi, in Campania, nel carcere di Carinola. Tra loro, l’ispettore Giuseppe Matano, 50 anni sposato con due figli, secondo agente penitenziario morto in dieci giorni in quella struttura. È un vero allarme.

Non ha dubbi Barbara Greco, la vedova dell’ispettore Matano. Su Facebook, ha scritto senza esitazione: «Mio marito ha contratto il Covid sul posto di lavoro, privo di adeguate protezioni e senza tutele. Lo Stato lo ha fatto morire. Nei tanti documenti di prevenzione sul Covid, non c’è una riga sulla situazione nelle carceri e su chi vi lavora».

Carinola è l’ultima punta di un iceberg su cui il garante per i diritti dei detenuti in Campania, Samuele Ciambriello, continua a richiamare attenzione. Tre agenti morti in pochi giorni, sono in tutto cinque in Campania da inizio pandemia. Dice Ciambriello: «A Carinola si è sviluppato un focolaio di contagi, con 19 detenuti positivi asintomatici e 30 agenti contagiati. Tra loro, i tre morti degli ultimi giorni. Dopo l’ispettore Matano, l’agente Antonio Maiello che era in terapia intensiva».

L’affollamento nelle carceri, le condizioni di promiscuità e di vicinanza con igiene approssimativa, anche per gli agenti diventano bombe per la diffusione del Covid. Un anno fa, esplose la rivolta. Si iniziava a parlare dell’epidemia e tra il 7 e il 9 marzo i detenuti protestarono un po’ dappertutto contro la restrizione sui colloqui con i familiari, consentiti solo attraverso i cellulari. Foggia, Venezia, Trieste, Napoli, Rieti, Modena, Trani, Milano, Aversa furono alcune delle città dove si svilupparono le proteste carcerarie. Il bilancio fu di 14 detenuti morti, 19 evasi a Foggia. Una protesta diffusa, su cui si è ipotizzata la regia occulta degli esponenti mafiosi rinchiusi. Ma era un’avvisaglia su come una realtà già difficile si faceva più drammatica per il Covid.

Il Dap, presieduto da Dino Petralia, ha cercato di correre ai ripari. Più indicazioni in circolari, l’ultima dell’11 novembre, per una serie di prescrizioni ai direttori delle carceri: isolamento per i positivi; socialità solo «tra detenuti ristretti nella medesima sezione detentiva»; limitazione di attività formative, scolastiche e sportive, oltre che ricreative. E poi, stop ai trasferimenti, autorizzati solo per «situazioni indispensabili correlate a gravi motivi di salute e a gravissime e documentate ragioni di sicurezza».

Restrizioni che rendono ancora più gravosa la detenzione. Nella sua relazione, Samuele Ciambriello ha messo nero su bianco la radiografia dell’attuale realtà carceraria campana. Scrive: «Il sistema carcerario si è visto aggravare i problemi di sovraffollamento, la mancanza di cure adeguate, l’approccio carcero-centrico del legislatore e dell’apparato giudiziario. La Campania è la seconda regione, dopo la Lombardia per strutture carcerarie e sovraffollamento di detenuti». Con i colloqui e i rapporti con l’esterno limitati a causa dell’epidemia, tutti i garanti per i detenuti hanno sollecitato più autorizzazioni dei giudici di sorveglianza a misure alternative alla detenzione. A maggio, i detenuti con misure alternative in Campania erano 6074. Mentre la radiografia sui mesi della pandemia, illustrata dal garante nazionale Mauro Palma, registra, dopo le misure decise dal Dap, «una forte diminuzione delle attività ordinarie di socializzazione e l’instaurarsi progressivo di una logica di “chiusura” da parte del carcere nei confronti delle iniziative di volontariato sociale che sono alla base di un percorso di recupero dei detenuti».

Il sedicesimo rapporto Antigone sul 2020 ha documentato un tasso di affollamento carcerario del 119,4 per cento, che rende «impossibile un’adeguata adozione delle misure necessaria ad evitare la diffusione dei focolai». I dati aggiornati al 31 gennaio scorso, parlano di una popolazione di 53329 detenuti rispetto a una capienza nelle carceri di 50551 reclusi. Nell’esplosiva realtà delle carceri, sono a rischio anche gli agenti penitenziari e tutto il personale sanitario e amministrativo. Dei 537 agenti risultati positivi nell’ultimo report del Ministero, 518 sono in isolamento domiciliare, 11 in isolamento in caserma e 8 ricoverati in ospedale. Non sono immuni neanche i dipendenti amministrativi: 49 positivi su 4021 dipendenti. Nel carcere di Secondigliano, è morto di Covid il medico sanitario. Nel primo report del Ministero, quello del 22 novembre scorso, venivano contati ben 969 agenti penitenziari risultati positivi e 73 i dipendenti amministrativi. Tre mesi dopo, numeri in calo, ma comunque alti mentre sono diminuiti i detenuti: 52522 rispetto ai 53723 di novembre. E dice Samuele Ciambriello: «Tre agenti morti a Carinola in 10 giorni. In diverse regioni sono partite le vaccinazioni per il personale carcerario, ma non in Campania. Stessa cosa per i detenuti. Da inizio pandemia, abbiamo avuto in Campania 5 agenti, 4 detenuti e il medico del cercare di Secondigliano morti per Covid. Non si può continuare a morire nelle carceri e di carcere».

Il direttore del Dap, Dino Petralia, volle far sentire la sua voce in video in coincidenza con l’avvio dei report settimanali sui positivi nelle carceri. Si rivolse agli agenti penitenziari: «Parlo a chi è sofferente per il virus, per un lavoro che è più difficile e complicato di sempre. Serve passione collettiva in più e solidarietà reciproca, ma bisogna stare attenti ai contatti, ai rapporti». Una soluzione è sollecitata dal garante nazionale per i detenuti, Mauro Palma: la maggiore concessione di detenzione domiciliare a chi ha residui di pena inferiori a sei mesi senza impedimenti. Si tratta di 1142 detenuti, cui ne vanno aggiunti 2217 con residui di pena tra sei e diciotto mesi. Ma spiega Palma: «Sono in teoria 3359 persone, ma ci sono preclusioni disciplinari e tra loro ben 1157 risultano senza fissa dimora». La pandemia mette a nudo difficili situazioni sociali. E le carceri restano pericolosi focolai e luoghi a rischio anche per chi vi lavora. Ancora oggi, come un anno fa.

Fonte: il mattino

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